LU.ME. in persona. Intervista a Irene D’Olivo di A.Celli.

22 dicembre 2015

Da quanti anni fai questo lavoro? Credi di esserci portata o avresti voluto fare altro?


Lavoro in Celli da sempre, da dopo l’università, ho lavorato un po’ nel turismo ma poi sono entrata qui nel ’97. Ho sempre studiato per il piacere di studiare, senza pensare a cosa avrei fatto dopo. Ho fatto lingue e letteratura straniere. Le lingue mi sono sempre piaciute e mi è sempre venuto facile impararle. Certo pensavo che avrei fatto l’insegnante, ma ricordo che in quel periodo non uscivano i concorsi. Così ho iniziato a fare domande nelle aziende ed eccomi qui.

Ci sono lati del tuo carattere che credi ti aiutino nel tuo lavoro e altri invece credi ti ostacolino?


Anche se è un ambiente maschile non ho mai avuto problemi. All’inizio avevo molto tempo da investire per imparare e così mi ci sono buttata nonostante per carattere io sia timida e emotiva. Oggi però sento di gestire meglio l’emotività e la timidezza. Non è stato facile. Però la grinta la devi tirare fuori. Non mi sono mai spaventata nel prendermi una responsabilità. Non sono una che va nel pallone, di solito non mi tiro indietro.

Ci sono aneddoti legati al tuo lavoro, ai colleghi, ai clienti, a qualche commessa o consegna che vorresti raccontare?


Un periodo abbiamo avuto un ufficio in America latina. E per il fuso orario quando parlavo con loro qua era sera e là mattina. Ci si salutava sempre tardi, io ero nel commerciale. E ogni volta mi prendevano in giro e mi dicevano “anche stasera 4 salti in padella che esci tardi?” Effettivamente in quel periodo ero sempre al lavoro.

Quanto conta il lato umano nel lavoro per te? E per l’azienda?


Fondamentale il lato umano. Come capire gli altri e mettersi nei panni degli altri. Anche come azienda cerchiamo di essere partner e metterci al servizio del cliente.

Quanto incide sul tuo rapporto familiare il lavoro che fai? Orari, stress, impegno ecc…


Cerco di arrivare in ufficio staccando dalla famiglia. Quando timbro il cartellino sono sempre Irene. I bambini sono stati una conquista, così come il lavoro. Anche se sono di corsa cerco di non portarmi il lavoro a casa.

I tuoi bambini sono venuti a trovarti in azienda? Cos’hanno detto?


Al family day sono venuti tutti e due. La bimba ogni tanto l’ho portata quando dovevo fare tardi. Lei adora la fabbrica rossa e le scale di vetro, sono le scale di ghiaccio di Frozen per lei. Quando è venuto il suo fratellino gli ha detto “questa è la fabbrica rossa di mamma”. Lui da maschietto è voluto montare sulla gru, gli piacciono le macchine. Per i bambini è importante sapere dove vanno i genitori tutte le mattine.

Conosci il progetto LU.ME.? Cosa ne pensi?


Certo, leggo sempre il giornalino e credo ci volesse un progetto del genere, eravamo tutti scollegati, invece così si conosce chi lavora qui vicino e si conoscono altre realtà.

Hai mai usato la carta FamigliaPiù?


Certo che la uso. Soprattutto da Pittarosso, i miei figli le mangiano le scarpe.

Se ti chiedessero di definirti con una parola, una frase, un modo di dire, un proverbio cosa diresti?

Mi sento un po’ da bosco e da riviera, anche se non mi piace l’espressione. Non mi spavento mai, faccio un po’ di tutto, sono flessibile, del resto bisogna esserlo. Diciamo che tendo anche a vedere il bicchiere mezzo pieno.

 

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